Facebook morirà, e noi potremo sopravvivere? 
la-morte-di-facebookJohn Cannarella e Joshua Spencer dell’università di Princeton, come riporta un articolo del Guardian pubblicato in queste ore, hanno condotto un’analisi scientifica basandosi sui picchi di ricerca legati al social network più popolare nel mondo; Facebook. Secondo i loro calcoli, entro il 2017, l’ottanta per cento degli utenti che costituiscono una delle comunità virtuali più numerose della rete, con circa 1.26 miliardi di iscritti, potrebbero volatilizzarsi, abbandonando la propria identità virtuale. Un’ipotesi probabile, se si pensa a quello che è stato il destino di Myspace, tentativi di rinnovarlo a parte,  e alla crescente popolarità di altri social-network ottimi per il rafforzamento del brand aziendale come per esempio Pinterest; quello che è certo è che il picco di popolarità di Facebook ha  raggiunto da tempo un livello di saturazione massima che registra già da ora la sua fase discendente.

Al di là delle modalità con cui la notizia sta rimbalzando da un quotidiano all’altro, fino a raggiungere blog e realtà che si occupano di Web marketing, occorrerebbe studiare da vicino l’architettura analitica della ricerca; certamente l’ipotesi è suggestiva e oltre ad essere strettamente connessa alla capacità di rinnovamento del prodotto stesso, stimola una valutazione più ampia sulla struttura complessiva dei Social Media di cui Facebook è solamente un elemento. Questo significa che chi ha impostato la propria business strategy esclusivamente sulla creatura di Mark Zuckerberg non ha valutato la propria presenza in rete all’interno di un sistema più complesso che andrebbe concepito a partire da un’idea di comunicazione integrata, che includa produzione di informazioni, news, aggiornamenti legati alla vita di un’azienda attraverso un presidio di natura diversa e più versatile, come per esempio un blog.

Lo ripetiamo spesso durante i nostri eventi formativi: Facebook non è uno strumento di “vendita”, Facebook è utile per rafforzare quella che si chiama “brand reputation”, ha quindi delle caratteristiche eminentemente reputazionali, e sopratutto, quello che pubblichiamo su Facebook, potrebbe scomparire da un momento all’altro, e non solo in relazione ad una prospettiva apocalittica come quella immaginata dai ricercatori di Princeton, ma per una serie di policies molto chiare che ogni giorno ci ricordano che i nostri post non ci appartengono.

Un presidio più solido come quello rappresentato da un area news o dall’allestimento di un blog aziendale, integrato ad una strategia di social marketing che contempli disseminazione su directories e altri social network (da youtube, passando per pinterest, Gooogle + e Facebok), è un buon punto di partenza per non trovarsi senza casa nel momento in cui il tetto comincerà a crollare e dovremmo prepararci per allestire il funerale di Facebook.

 

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